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GLI ANIMALI E LA MORTE


Tutti gli animali, per definizione, sono dotati di anima. Si discute se la loro, rispetto a quella umana, sia di livello inferiore, ossia relativa al solo significato di soffio vitale, elemento incorporeo che guida l'organismo, che ne definisce l'indole e il comportamento (di mitezza o aggressività, di isolamento o socialità, di miopia o lungimiranza, egoismo o altruismo, frugalità o voracità, o d’altro genere), senza assurgere alla dimensione spirituale.

Molte dottrine riconoscono agli animali il destino della reincarnazione sia con trasmigrazione dell'anima in altri animali sia con trasmigrazione premiante e migliorativa nel corpo umano sia con regressione e punizione dell'essere umano con trasmigrazione della sua anima in quella, inferiore, d'un animale.

Questo rimanda ad una visione panteistica della natura dove gli esseri viventi hanno pari dignità e

identicamente concorrono alla evoluzione o regressione della specie.

Nelle diverse culture gli animali hanno assunto funzione di comprimari o di emuli o di modelli o di giudici di riferimento. In alcune società arcaiche singoli animali avevano potere di punizione o premio ultraterreno per particolari comportamenti dell'uomo; tali animali potevano gestire poteri circoscritti alla propria competenza (il rapace alla rapacità, la chioccia alla maternità, il coniglio alla fertilità, la gazzella all'agilità, e analogamente molti altri) o potevano intercedere presso divinità superiori.

In tutti gli animali è primario l'istinto di sopravvivenza che allontana la morte; evitano i predatori e gli ambienti a rischio, soggettivamente soppesati.

Accettano la morte solo al cospetto dell'ineluttabile, mai per sfida o per gioco. Quando la sentono vicina e inevitabile si isolano forse non tanto per aspettarla passivamente quanto per evitare insidie esterne, in attesa di possibile recupero delle energie così come fanno quando sono feriti o ammalati.

Talvolta si lasciano morire perché hanno perso il compagno o l’amico padrone  umano. Questo non va inteso come sicura  forma di ipocondria o di abnegazione, piuttosto è da ipotizzare che perso il compagno, o padrone, perdano la capacità di sostentamento e di diversa gestione della sopravvivenza.

Le formiche ammucchiano i cadaverini dei loro simili in un angolo del nido; è evidente che non si tratta di un rituale riferito alla morte ma solo di una esigenza igienica e operativa che consente loro di avere un ambiente pulito e disponibile, liberato dai miasmi della decomposizione e dai relativi aggressori.

Riguardo i cimiteri degli elefanti sussistono incertezze e malintesi. Non si hanno conferme sicure circa l'esistenza reale di tali cimiteri ma è verificato che quei pachidermi hanno una particolare sensibilità verso il problema della morte. È documentato che assistono i loro simili morenti e che sottraggono i loro morti alla vista di estranei coprendo i cadaveri con fogliame e rami e che spesso percorrono anche centinaia di chilometri per andare a morire in luoghi forse nativi e per portarvi eventuali cadaveri dei propri piccoli.

La presenza di un cucciolo abbandonato morto o morente darebbe una chiara informazione di presenza o di recente passaggio del branco.

Si può ipotizzare che siano esigenze di igiene locale o strategie per non attirare i loro aggressori naturali. Diversamente, accadrebbe che i leoni eventualmente richiamati dall'odore di preda facile immediatamente invaderebbero il territorio.

Per gli elefanti è determinante anche  la presenza del loro peggiore nemico naturale che è l'uomo. Più dei leoni e più degli avvoltoi gli uomini attentano alla sopravvivenza degli elefanti in quanto cacciatori di zanne d'avorio. Un elefante può bastare per saziare un branco di leoni o una folla di avvoltoi, mentre un solo uomo può sterminare intere comunità di elefanti. Questi istintivamente si proteggono dall'uomo evitandolo e ricercando “cimiteri” lontani o camuffati al solo scopo di non attrarlo.

Questi comportamenti dimostrano che gli elefanti percepiscono l'imminenza della morte o la disabilità momentanea e ne abbiano un rispetto quantomeno funzionale.

È più agevole verificare come i cani e i gatti domestici tendano ad isolarsi o nascondersi in prossimità della propria morte.

Se ne può ipotizzare una istintiva scelta difensiva al momento in cui sentono scemare le forze per cui non sarebbero in grado di opporsi ad eventuali aggressori od insidie ambientali, come accade un po' a tutti gli animali feriti o ammalati.

Molti uccelli vanno a morire in caverne, anfratti o altri ripari; quelli urbani si appartano nei solai disabitati e nei camini abbandonati.

Come per gli altri animali è probabile che gli uccelli non sentano la morte ma avvertano lo scemare delle forze che li esporrebbe indifesi a possibili tempeste.

È atipico il caso del maschio della mantide religiosa: non è una eventualità ma una certezza che esso vada a morte a conclusione dell'accoppiamento. Lo sa per certo, per istinto. Voluttà e morte formano per lui un binomio inscindibile.

Crediamo che il maschio non soffra il sacrificio poiché ancora durante l'accoppiamento (intento allo sforzo fisico, privato di altre energie nervose) non avverta dolore, tanto più perché la femmina lo divora ingoiando dapprima la testa, centro nervoso delle sensazioni corporee. Alcune conferme a questi assunti derivano dal diverso comportamento tenuto dalle mantidi che negli accoppiamenti avuti in allevamenti umani (con nutrimento diversamente assicurato) non mangiano i maschi.

Non sappiamo se in quei maschi ci sia una forma di "coscienza" o "volontà” di immolazione, per certo la natura ha imposto come prioritaria la necessità della conservazione della specie.

Si può osservare che di solito a quegli esemplari bastano pochi piccoli insetti per il proprio nutrimento mentre la divorazione cannibalesca di un intero maschio consimile assicura una alimentazione che va oltre lo stretto necessario della gestazione; questo può far porre la domanda speculativa: la femmina usa il richiamo sessuale per procurarsi nutrimento al di là della necessità della procreazione?     Sarebbe un caso, forse unico, di prostituzione animale.