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LA MORTE


“Il Sole non può vedere le ombre che genera. Le può vedere solo chi sia fuori del Sole”. (MM)

Se Dio ha creato l’Amore perché ha creato anche il Dolore? Se Dio ama la Vita perché ci dà anche la Morte?

Le mamme amano i figli eppure talvolta li puniscono quindi procurano loro sofferenza. Il piccolo dolore provocato in un bambino da una punizione serve ad evitargli dolori maggiori magari irreparabili.

Il dolore è un avvertimento per scongiurare guai peggiori.

Se una spina ci punge è provvidenziale che sentiamo dolore, se non l’av­ver­tissimo ci pungeremmo in maniera più pericolosa, forse con infezioni o forse con peggiori menomazioni.

IL DOLORE PREVIENE LA MORTE.

Chi in autostrada corre troppo veloce o guida male può esporsi a pericoli mortali. La prudenza può prevenire gli incidenti, purtroppo la prudenza è soggettiva o malintesa o sonnacchiosa e a volte non è efficace quanto la minaccia di una multa o di altra punizione. SAPERE CHE SI RISCHIA LA VITA AIUTA A PROTEGGERLA.

Se Dio buono e misericordioso ha potuto tutto perché ha voluto la Morte?

Esiste la Morte solo dopo che è esistita la vita.

Può esserci vita senza amore, come nelle piante o nei cattivi, ma non ci può essere vita senza morte. Non c’è morte per i corpi senza vita come le pietre e l’aria. Alcuni corpi, come il mare o il sole, sembra che non abbiano la morte, in verità ce l’hanno anche loro ma lentissima e in un tempo lunghissimo che a noi sembra eterno.

Il Dio potente inventore avrebbe potuto creare uomini senza morte ma non sarebbero stati uomini con sentimenti.

Eliminare la morte significherebbe eliminare le cause della morte che sono la vecchiaia, la malattia e gli incidenti. Senza questi l’uomo sarebbe sempre uguale a se stesso come una statua o come un filo d’acqua o come una stella fissa.

Senza la morte non ci sarebbe la vita, come senza il buio non ci sarebbe la luce.

La morte è la continuazione della vita ma con molte trasformazioni.

In molte religioni la vita è eterna, in parte su questa Terra in parte in un altro Mondo.

Dandoci gli istinti primari di sopravvivenza dell’individuo e della specie, la natura ci lega alla vita: ci fa amare noi stessi, i nostri cari, i nostri ideali.

Nonostante mille risorse difensive dalle insidie avvertiamo la precarietà della vita. La sua fragilità la rende preziosa, pretende maggior cura, assilla i nostri pensieri, pone l’esistenza al di sopra di qualsivoglia altra ambizione. Dopo averla amata come il bene supremo non possiamo che patire la sua perdita come il dolore in assoluto più atroce. Pochi individui vedono la morte come liberazione dal dolore o, nichilisticamente, dalla inutilità del mondo, i più credono nelle bellezze dell’esistenza e vorrebbero estenderle al tempo infinito.

Visto che si soffre la perdita delle persone care si potrebbe auspicare la ipotetica morte simultanea di una intera famiglia o gruppo sociale o di lavoro. Sarebbe lenitiva delle sofferenze però, oltre che essere un assurdo naturale, comporterebbe l’estinzione di tutto il genere umano.

Molte religioni affermano la continuazione della vita dopo la morte, con trasferimenti intercorporei dell’anima essenza di vita o con trasformazioni del materiale nello spirituale. In tali interpretazioni vige la prevalenza della spiritualità sulla materia ma domina nell’uomo un sentimento di orgoglio che fa credere impossibile il nulla concreto come conclusione delle sue vere e presunte grandezze. Quell’uomo esclude di potersi mai dissolvere in polvere o ridursi a poche ossa e qualche ricordo. Non gli basta lasciare esempi ed insegnamenti.

Alla religione che promette la vita eterna si affianca la scienza che consola l’orgoglio degli umani dimostrando loro che la vita non può esistere senza la morte, che il ciclo vita-morte è utile a migliorare l’uomo, che ad ogni generazione corrisponde un salto di qualità, che sopprimere la morte significherebbe sopprimere le malattie e la vecchiaia ma che senza queste l’uomo sarebbe immutevole, indifferente agli stimoli, privato del desiderio di riproduzione e di se stesso, sarebbe arido statico frigido indifferente alle emozioni al dolore all’amore, come una pietra: non sarebbe uomo!

LA MORTE GENERA LA VITA, ANZI GENERA IL MIGLIORAMENTO DELLA VITA.

All’atto della riproduzione l’essere vivente trasmette i caratteri genetici a sua volta acquisiti al momento della sua nascita e successivamente arricchiti però continua ad acquisirne altri che vive giornalmente e trasmette con parole e gesti ed esempi.

Al patrimonio acquisito alla nascita oltre ad aggiungere gli insegnamenti ricevuti dai simili, ciascun individuo somma le proprie esperienze dirette materiali e psichiche che arricchiscono lui ed in parte andranno a migliorare i discendenti.

Il ricorso al trapianto degli organi fa domandare se si tratti di sospensione della morte. È evidente che si è al cospetto del prolungamento di una esistenza; più esattamente sopravvive un essere vivente nella sua interezza mentre di altro individuo, il donatore, sopravvive solo un organo. Non sussistono ipotesi di immortalità neppure ripetendo i trapianti all’infinito poiché, ad oggi almeno, non tutti gli organi sono trapiantabili.

Sulla base delle esigue esperienze maturate finora non si può affermare con certezza se il trapiantato riceva caratteri personali specifici del donatore. Si dichiara che il ricevente avverta sensazioni risalenti al donatore ma non si sa se questo avvenga per suggestione.

Qualora si arrivasse al trapianto del cervello si avrebbe di sicuro un trasferimento dei dati di base sufficienti a modificare sensibilità e comportamenti del ricevente. Se pure su una persona si ripetessero trapianti all’infinito, non si potrebbe ancora sostenere la raggiungibilità dell’immortalità visto che i successivi innesti metterebbero al cospetto non già di un individuo sopravvivente quanto di una molteplicità di individui che si passano il testimone, così come avviene oggi tra individui normali che con la riproduzione si susseguono regolarmente nel corso delle generazioni.

Al momento della morte, con il raffreddamento del corpo o algor mortis e la rigidità detta rigor mortis, parte la degenerazione dell’organismo avviato alla decomposizione. L’igiene, la pietà e la gratitudine umane, nelle usanze occidentali attuali, portano alla protezione del defunto con ricorso alla pratica dell’inumazione consistente nella sepoltura sotto terra o nella tumulazione sigillata in loculo murato o nella cremazione entro appositi forni. Con mille sfumature legate al tempo e al luogo, ai defunti si assegnano sepolture commisurate al rango sociale ed al credo religioso. A taluni personaggi di particolare rilievo ancora oggi è riservata la pratica della imbalsamazione per conservarne l’apparenza in forma di visibilità e di massimo rispetto.

In varie misure e forme è presente da sempre in tutte le culture il rispetto ed il culto dei morti. Verso di loro si nutrono sentimenti di gratitudine per quanto operato in vita e sentimenti di paura o venerazione in chi li crede parte del soprannaturale.

Gli antichi Persiani e alcuni Amerindi, come gli attuali Parsi,  credevano che il cadavere non dovesse toccare né la terra né il fuoco per rispetto della loro sacralità.

Molte religioni orientali credendo nella reincarnazione assegnano alla morte un valore di transizione con altre esistenze, come accade per la nascita, e ne patiscono anche un relativo minore struggimento interiore.

La quasi totalità delle religioni cristiane sostiene la resurrezione dei corpi e pratica uno  speciale rispetto per i defunti.


 

 

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