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IL MENDICANTE


È discutibile se sia il più antico mestiere del mondo e se sia un mestiere. È discutibile anche se sia mestiere nobile od ignobile.

Altri mestieri propongono poche o molte alternative di scelta, quello del mendicante o dell’accattone non offre nessuna alternativa: è una costrizione estrema ed unica.

Sono mendicanti, o più propriamente questuanti, i cercatori degli Ordini Monastici Minori che vivono di elemosine; questi però sono poveri per scelta e possono suscitare approvazione o disapprovazione o comprensione, mai commiserazione o pietà. Vivono di elemosine anche le Chiese e i Parroci che però pur in difetto di oboli dispongono di sostentamento centrale sicché neppure per loro si nutrono sentimenti di compassione. 

Ci sono finti poveri, punibili per legge, che ricorrono a mezzi fraudolenti per suscitare pietà simulando malattie o deformità o ricorrendo a minori od ad animali. Si trovano anche i timidi e gli sfacciati e gli approfittatori. Totò dedicò loro una poesia.

                                                        


 

L’accattonaggio è proibito per legge se insistito e imbarazzante ed è reato aggravato se ripugnante o vessatorio. Gli inabili a lavori proficui, se privi d’ogni sussistenza sono ricoverati in Istituti di Assistenza che offrono un letto per la notte ed un piatto caldo per il giorno.

 Il ‘mendico’ è per definizione un ‘difettoso’ fisico o materiale o mentale  e come tale non sempre in grado di conoscere le leggi e gli orari e i regolamenti degli Istituti, tanto da trovarsi spesso privato del letto e del piatto caldo.

La difficoltà di distinguere i casi di oggettivo bisogno da quelli  fraudolenti o anche soltanto poco o molto gonfiati ad arte per impietosire, consente alla coscienza civile di schierarsi volta per volta a favore delle diverse interpretazioni e sempre in assonanza con la propria coscienza individuale.

Soccorrere i bisognosi conduce alla loro sopravvivenza materiale ma con quale riconquista della loro dignità? Non sappiamo dire. Se il ‘difettoso’ è un difettoso mentale e resta tale, si può ancora parlare di dignità umana? Se è difettoso intellettivamente e resta tale, senza possibilità alcuna di interscambio sociale, è ancora salva la sua dignità? Se è diventato o nato menomato non ha diritto a maggiore amore e premure e attenzioni compensative? Diamo solitamente maggiori premi a chi nasce più dotato di bellezza o d’intelligenza o di qualsivoglia talento, non dovremmo corrisponderne ancor più a chi non ha ricevuto quei doni dalla sorte? È alquanto contraddittorio  premiare chi è già stato premiato e condannare chi è già stato condannato! [2]

Nella pittura si incontrano numerose rappresentazioni di mendicanti, aventi però solo valore descrittivo, mai pietistico o celebrativo della dignità. Nel cinema fa eccezione l’Accattone di Pasolini che analizza le cause e le tappe del degrado.

I mendicanti non hanno diritto a un monumento, come forse accade solo alle prostitute e ai delinquenti dichiarati, perché non sono esempi da seguire? Oppure perché non hanno nominato eredi e non hanno lasciato beni materiali? Eppure hanno lasciato insegnamenti: hanno scosso o mosso la coscienza morale e civile; con la povertà hanno attuato l’insegnamento evangelico della fratellanza e la carità e il perdono.

Perché dedichiamo strade e libri e altari e tombe e monumenti ai tanti Poverelli d’Assisi e ignoriamo i loro consimili che magari  identicamente amano e pregano e soffrono, con la mano tesa ai bordi della strada?

Se non pregassero ci sarebbe ancor più da compatirli e soffrirne e soccorrerli perché significherebbe che non godono neppure del conforto della preghiera.

 

Nessun mendicante ha mai potuto permettersi una tomba dignitosa.

IL NOSTRO SITO INTENDE DEDICARE UNA ONOREVOLE SEPOLTURA VIRTUALE AI MENDICANTI COME RICONOSCIMENTO SIMBOLICO ALLA LORO SOFFERENZA E COME VESTIBOLO ANTICIPATORE DI UN PARADISO NON SOLO VIRTUALE. 

                                        

MENDICANTE - di Carlo Ludovico Bompiani           MENDICANTE - di Elda Fierro

 


[1] Gravissima bestemmia napoletana che augura la dannazione dei defunti dell’interlocutore.

[2] Carla Gallo Barbisio ha studiato il tema e dedicato il libro “I figli più amati” (Einaudi, Torino 1979) ai ragazzi meno fortunati.


 
  
 

 

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