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ANIMA

 


I termini con cui l'anima è designata appaiono quasi universalmente collegati con l'idea della respirazione [...] ("vento", "alito"), della mobilità e con manifestazioni analoghe che vengono sperimentate come caratteristiche della "vita". E non v'è popolo presso il quale non si trovi la nozione di un elemento "animatore", cioè, appunto, "vivificatore" del corpo e in qualche modo distinto da esso; variano bensì le concezioni relative alla natura, al numero, all'origine e al destino delle anime.

     L'anima non è dapprima concepita come staccata dal corpo cui va congiunta, come nel proprio "portatore", e in cui la Potenza si manifesta materialmente. Essa è perciò localizzata quasi in ogni parte, o funzione, del corpo, in tutto ciò che viene considerato come parte essenziale dell' "io" vivente: quindi anche nell'immagine, riflessa in uno specchio d'acqua o altrove o in quella che appare nella pupilla; e altresì è nel nome, o nell'ombra. E la credenza in una pluralità di anime si osserva in varie parti del mondo (Africa Occidentale, Melanesia, Malesia), mentre ne rimangono tracce nella mitologia e nel folclore. [...]

     L'idea di un'anima esterna è connessa con quella dell'anima sogno, indipendente dal corpo e assai più di questo capace di muoversi liberamente: e con l'altra dell'anima che sopravvive al corpo, dotata di poteri sovrumani e capace di fare del bene e del male. Perciò le anime dei morti sono da allontanare, con riti apotropaici: importante è specialmente impedire che esse vaghino, sia presso alla tomba, sia intorno alla casa; e quindi il dar loro sepoltura, che diventa uno dei primi doveri religiosi, assicurando il loro ingresso nel "regno da cui non si ritorna" (l'arallù babilonese, l'Ade, l'Orcus, ecc.), ove vivono una loro pallida vita di ombre, sotterranea o nel lontano Occidente, ove il Sole vivifi catore sparisce, o nelle fredde nebbiose regioni settentrionali. Bisogna evitare di offend erle con parole (de mortuis nihil nisi bonum) o atti sconvenienti; anzi placarle e renderle favorevoli, con offerte, che hanno il potere di rinvigorirle e assicurarne la sopravvivenza come protettrici della famiglia e della casa (Mani e Lari, in Roma; culto degli antenati, particolarmente vivo in Cina; ecc.), anche perché possono predire il futuro.

     Ancora, la concezione dell'anima eterna e staccata dal corpo si presta a essere svolta nel senso della "trasmigrazione", non rettamente chiamata metempsicosi, nella quale è implicita l'idea che nel neonato ritorni l'anima di un progenitore, e che pertanto l'anima sia, nella perpetua mobilità del mondo, ciò che rimane identico a se stesso. Ma l'affermazione della "sopravvivenza" non è quella dell' "immortalità", soprattutto dell' "immortalità" beata. Questa appare, nel mondo della cultura occidentale, con i misteri, nei quali il rito e la conoscenza del mito assicurano agl'iniziati la stessa sorte toccata al dio che, in origine divinità agraria, della vegetazione che muore e rinasce, ha conosciuto appunto la morte e la rinascita nel mondo dei celesti.

     Nel mondo antico le rappresentazioni del regno dei morti e del tipo di esistenza che vi conducono i trapassati accennano piuttosto a una vera e propria degradazione ontologica dal livello dell'esistenza a quello, infi mo, della non-esistenza; nelle tenebre i morti divengono ombre senza voce e senza consistenza vitale, vere e proprie espressioni dirette dello stato di morte.

     La progressiva eticizzazione porta poi a intendere l'immortalità beata concessa agl'iniziati come ricompensa di meriti, quindi di azioni buone, e a concepire il mondo sotterraneo, il Tartaro, come luogo di punizione dei malvagi. Queste concezioni non sono state senza influsso sul pensiero greco che, dai presocratici a Platone, è venuto elaborando la nozione d'immortalità [...] e ha messo l'anima, come spirito, in opposizione al corpo [...], materia e "sepolcro" [...] dell'anima; onde la morte è per essa liberazione. Ma il processo comincia anche in questa vita. Su tale contrapposizione infatti si fondano gli sforzi per ottenere la puri ficazione dell'anima mediante procedimenti anche materiali, ma variamente spiritualizzati ed eticizzati [...]; e ottenere altresì mediante l'abbandono di tutto ciò che, anche intellettualmente, avvince l'anima al mondo, il congiungimento, anche in questa vita, è attuabile in vari modi, dell'anima stessa col divino, comunque inteso [...].

     Su questa via procedette con rigore il brahmanesimo (identità tra Âtman individuale e Âtman universale, bràhman); il buddismo giunse invece alla negazione dell'anima individuale e dell'io.

      Nell'Antico Testamento i termini più frequentemente usati (oltre "soffio") alludono anch'essi alla respirazione. La "carne" è animata dalla nefesh, che è il respiro (reso in greco con "anima"), ma che significa piuttosto la vita, tanto da essere usato in luogo di pronome personale o riflessivo, Ruah, reso in greco con "spirito", indica esso pure l'alito vitale, comunicato agli uomini da Dio; sotto l'influsso della cultura greca, nei libri dei Maccabei e della Sapienza, πνενμα  diventa lo spirito divino e ψυχη l'elemento superiore nell'uomo, che nella Sapienza è detto immortale. Anteriormente al libro della Sapienza non si trova nell'Antico Testamento una dottrina dell'immortalità dell'anima: i testi parlano solo di un'esistenza umbratile condotta dai morti nella sotterranea sheol: si tratta dunque soltanto di una certa sopravivenza dell'uomo, senza alcuna idea di premi o castighi [...].

      Nel Nuovo Testamento pure manca un'esposizione dottrinale circa l'anima, e la terminologia greca riproduce, in sostanza, quella dell'Antico Testamento; ma πνενμα , dove non designa lo Spirito divino, indica le attività propriamente spirituali. Poiché S. Paolo usa, per designare le facoltà intellettuali, anche il termine νονζ ("mente") talvolta contrapposto e talvolta unito a πνενμα, sorge il problema se almeno egli, tra gli scrittori del Nuovo Testamento, abbia accolto, e con piena informazione, la tricotomia platonica di "mente" (νονζ), "anima" (ψυχη,) e "carne", solo sostituendo al primo elemento lo "spirito" (πνενμα ), come fecero poi alcuni pensatori cristiani. Ma, nel complesso, anche nel Nuovo Testamento è difficile enucleare una dottrina dell'anima e della sua immortalità, mentre in primo piano sta il problema della sopravvivenza dell'uomo in una prospettiva escatologica in cui la salvezza collettiva ha la priorità rispetto all' immortalità dell'anima individuale e ai suoi immediati destini dopo la morte.

     La Chiesa cattolica non si è preoccupata tanto di far propria una determinata dottrina, quanto di tener fermi alcuni principi essenziali, quali la natura spirituale e immortale dell'anima individuale, creata da Dio, e il diverso destino di ciascuna dopo la morte, in base ai meriti acquistati in vita. Onde la salvezza delle anime è preoccupazione e considerazione principalissima.
     [...] L'elaborazione del concetto dell'anima come "soffio" vitale è contemporanea allo svolgersi della riflessione filosofica greca. Così, Anassimene considera l'aria quale principio del cosmo proprio in quanto la concepisce come soffio vitale che tiene insieme il corpo del mondo. Parallelamente, la visione or co-pitagorica asserisce decisamente il principio della sopravvivenza dell'anima al corpo, e del suo passaggio dall'uno all'altro corpo in rinnovate esistenze [...].

     A questa concezione si oppone l'atomismo democriteo che considera anche l'anima come un aggregato di atomi, più piccoli, lisci e mobili degli altri, destinato a dissolversi dopo la morte. Questa dottrina viene in seguito ripresa da Epicuro e dagli epicurei, i quali vedono in essa il più sicuro argomento per aff rancarsi da ogni timore circa il destino oltremondano dell'anima.

     La fede or co-pitagorica nella sopravvivenza dell'anima e nella metempsicosi è poi nuovamente aff ermata e approfondita da Platone. Caratteristico di Platone è il collegamento del problema dell 'immortalità con quello gnoseologico: l'anima può conoscere le idee, forme ideali di assoluta realtà, solo per reminiscenza [...]. Dal punto di vista della struttura interna, poi, Platone considera l'anima divisa in una parte razionale e in una irrazionale [...]. Altrove (per es. nel Fedone) egli tende ad attribuire tutto l'elemento irrazionale e passionale al corpo, considerando l'anima come puramente razionale, quando dal corpo si stacchi o comunque lo domini escludendo ogni sua influenza.

     Il nesso dell'anima col corpo è invece ritenuto essenziale da Aristotele, che lo riconduce a quello della "forma" e della "materia" nella "sostanza", e che quindi nega la sussistenza dell'anima indipendente dal corpo. Essa dispiega la sua attività in certe proprietà corrispondenti ai gradi dello sviluppo vitale, e da queste si denomina; le nutritive nelle piante anima vegetativa, le sensitive e motrici negli animali anima sensitiva, le intellettive nell'uomo anima intellettiva; [...].

     Il grande sforzo di Tommaso d'Aquino fu [...] quello d'interpretare i testi aristotelici in modo da conciliarli con la dottrina cristiana dell'anima immortale. [...].

     Kant [...] seguita a considerare l'anima e la sua immortalità, concepita in senso tradizionale, come uno dei postulati che la ragione pratica deve presupporre, [...] ai fini dell'accordo oltremondano tra virtù e felicità.
 

     [...] Gli Egiziani rappresentano l'anima del defunto in forma di sparviero. I Greci immaginarono le anime dei morti come piccoli idoli [...] nudi, alati, volanti, che compaiono sulla ceramica attica dipinta, sia in scene di combattimento, librate sopra i guerrieri morenti, sia a illustrazione della psicostasia, con Ermete che pesa su una bilancia le anime dei morti guerrieri, rappresentate in forma di minuscole figurine alate, sia in lékythoi funerarie (volanti attorno alla barca di Caronte). Queste anime sono talvolta trasformate nella concezione greca in geni demoniaci, dette Cere [...].

     Gli Etruschi in scene d'oltretomba raffigurano in qualche caso l'ombra del morto con sembianze umane, come quella di Patroclo presente al sacrificio dei prigionieri troiani, ma in genere riproducono il defunto nei vari momenti del viaggio agl'inferi.

     Nel mondo ellenistico e romano la raffigurazione del genio si avvicina come concetto a quella dell'anima; la quale in scene funerarie è talvolta simboleggiata dalla fi gura alata di Psiche, che talora ricompare anche nell'arte paleocristiana. Come Psychài sono rappresentate le anime dei morti persino negli affreschi della sinagoga di Dura-Europo. In scene di apoteosi e di ascesa al cielo compare invece quasi sempre il defunto stesso trasportato da un'aquila o da un genio.

     Nell'arte paleocristiana l'anima è rappresentata spesso in fi gura di orante o simboleggiata dalla colomba, dal cervo, dalla pecora; il pavone è simbolo della sua immortalità.

     Nel Medioevo l'anima è raffigurata come un infante, nudo o in fasce [...], talvolta (a partire dal sec. 14°) in atto di uscire dalla bocca del morente; il motivo classico della psicostasia è riassunto dal Medioevo come attributo dell'arcangelo Michele. Del resto, le anime dei trapassati hanno generalmente il comune sembiante umano (per es. nelle rappresentazioni del Paradiso o dell'Inferno, ecc.). Mentre il Medioevo preferisce rappresentare le anime con le loro insegne gerarchiche e i loro tratti individuali, dal Rinascimento in poi si preferiva rappresentarle ignude.
 

     E' con l'età barocca (GuidoReni) che la rappresentazione dell'anima diventa un soggetto iconografi co a sè.
     [...] Fin dai primi tempi della chiesa le disposizioni per l'anima ebbero un grande sviluppo. Giustiniano favorì i testamenti per l'anima o ad pias causas e la chiesa sancì inoltre che si potesse commettere l'intero asse ereditario a un fi duciario con l'obbligo di esaurirlo in scopi pii. I Germani non conoscevano il testamento, ma a questo istituto fu aperto il varco delle disposizioni per l'anima. Nell'età moderna c'è stata una forte reazione da parte degli stati contro il dilagare dei lasciti per l'anima, o limitando la somma disponibile per l'anima (Modena, Parma), o convertendo parzialmente o totalmente le disposizioni per l'anima in disposizioni di beneficienza (Piemonte, Austria), o infine dichiarando "nullo e come non fatto il testamento in cui è istituita erede l'anima propria" (Napoli). Il vigente cod. civ. italiano (art. 629) stabilisce che le disposizioni per l'anima "sono valide qualora siano determinati i beni o possa essere determinata la somma da impiegarsi a tal fine". [...].

 


(dalla P. Treccani)

 

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